L’anno di massima occupazione per il miniera di Ribolla è il 1947, più di 3700 operai, ma è anche l’anno in cui l’interesse della Montecatini per la lignite iniziò a declinare e cominciarono i licenziamenti. Dal 1947 al 1951 il numero degli operai passò da 3728 a 2053, mentre il rendimento giornaliero pro-capite passava da 264 kg a 314 kg, e ciò senza operare alcun miglioramento sostanziale negli impianti. La Montecatini dichiarò più volte che mantenere in attività Ribolla costituiva un’operazione non economica, che poteva essere motivata esclusivamente da ragioni di “solidarietà sociale”. In realtà la decisione della Società era spiegata dalla forza che negli anni immediatamente dopo la guerra aveva la sinistra, dopo il ventennio fascista era rifiorita la resistenza organizzata degli operai. Ma la Montecatini, nonostante il forte movimento di massa ribollino nei primi anni ’50 riacquisì la sua “libertà d’impresa”. Nell’opera di smantellamento venne chiusa Casteani e la direzione concentrò la lavorazione in quelle zone dove il giacimento presentava un andamento più regolare e la qualità estratta di carbone era migliore. Nonostante ciò vennero costruiti nuovi pozzi tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50: il pozzo 9 e il 9bis e il pozzo 10, l’ultimo.
Gli anni tra il 1951 ed il 1954, ricordati a Ribolla come “periodo Padroni”, furono contrassegnati da un inasprimento dei rapporti tra padronato e maestranze e da una dura lotta sindacale. La Montecatini per contrastare la resistenza operaia inviò nel settembre del 1951, poco dopo la fine della “lotta dei cinque mesi”, un nuovo direttore Lionello Padroni. Il compito del nuovo direttore era chiudere la miniera di Ribolla attuando una gestione aziendale che parallelamente ai licenziamenti e alla chiusura dei cantieri permettesse la realizzazione di un profitto maggiore. Per vincere l’opposizione dei minatori e colpire le forze di sinistra la dirigenza attuò una politica fortemente antisindacale, procedette con crescente autorità a richiami e multe, retrocessioni di categoria, al licenziamento anche per motivi non gravi.
Nonostante i licenziamenti e l’inasprimento dei rapporti con le maestranze la Società non riusciva a chiudere la miniera e quindi dopo avere cambiato direttore decise di esasperare ulteriormente i minatori aggravando le condizioni di lavoro. Non chiuse subito la miniera, decisione drastica e troppo rischiosa, ma attese il suo progressivo e naturale deperimento. Questa politica si esplicò con l’adozione nel 1952 del sistema di coltivazione a franamento del tetto, questo sistema riduceva i costi per la Montecatini e quindi ne aumentava i profitti e creava una situazione di maggiore difficoltà e pericolo in miniera diminuendo ogni forma di prevenzione degli infortuni ed esponendo gli operai ad un rischio sempre maggiore e psicologicamente logorante, così i minatori si sentivano costretti ad andarsene. I lavoratori denunciavano con sempre maggiore preoccupazione incendi ed infortuni, nel paese aleggiava la sensazione di un pericolo incombente. La richiesta di Padroni di adottare il nuovo sistema di coltivazione fu accolta dal capo del Distretto Minerario, l’ingegnere Tullio Seguiti, ed i primi esperimenti ebbero luogo nel 1951. Il 4 settembre 1952 Padroni chiese all’ingegnere Seguiti di “perfezionare” il sistema di coltivazione aggiungendo al “franamento” il “fondo cieco”, a questa decisione corrispose un notevole peggioramento delle condizioni generali di tutta la miniera. Contro tale sistema di coltivazione, ed il crescente rischio _protestarono continuamente le organizzazioni sindacali_. I minatori cominciarono a temere la miniera.