Ribolla 2004

La politica

Nessuna legge e nessun sindacato proteggeva agli inizi i minatori della Maremma.
A Ribolla i turni erano di dieci ore ciascuno; alle ore di lavoro dovevano aggiungersi quelle per raggiungere la miniera e per tornare a casa, a piedi naturalmente..
L'assistenza sanitaria era quasi inesistente, gli infortunati, gli invalidi per lavoro venivano ripagati con poche lire, la malattia significava perdita di quasi tutto il salario.
Nei casi di infortunio mortale veniva fatta una colletta tra i minatori per la famiglia che rimaneva senza sostentamento.

Le prime agitazioni e i primi scioperi avvennero nell'ultimo decennio del secolo, prima ancora che cominciasse l'organizzazione sindacale tra i minatori.
Nel 1900 Ribolla godeva la fama di essere la più malsana e disagevole delle miniere maremmane: sorgeva in una zona malarica, i pozzi avevano raggiunto i 140 metri di profondità ma le gallerie non erano ventilate e stillavano acqua da ogni parte, gli incendi e le esalazioni velenose erano all'ordine del giorno.
Le prime Leghe di resistenza tra minatori sorsero nel 1901 ma la loro debolezza era nel fatto che erano costituite non per miniera ma per paese. Fu costituita, dopo due anni, una "Federazione nazionale tra i lavoratori delle miniere e affini" che però ebbe vita breve e stentata: troppo distanti fra loro erano i bacini minerari perché si potesse pensare ad un'azione coordinata da un unico organismo centrale.
Intorno al 1910 fu il Partito socialista a farsi promotore dell'organizzazione della categoria attraverso il suo settimanale da poco fondato: "Il Risveglio".
Intanto a Ribolla i ricorrenti fuochi e le tante frane minacciavano di far chiudere la miniera; Il Risveglio parlò di "delitti moderni", di una morte che sembrava bussare da ogni lato e auspicò la chiusura della miniera... Singolare richiesta, in bocca a dei sindacalisti, la soppressione di una fonte di lavoro.
Nell'attesa di leggi adeguate alla disciplina del lavoro in miniera, le condizioni degli operai diventarono sempre più precarie, fra il timore del licenziamento che raggelava tanti spiriti e lo sforzo quotidiano di sopravvivere per otto ore ai pericoli sempre più incombenti.
Gli scioperi e le agitazioni si susseguirono nel corso degli anni in quasi tutte le miniere della Maremma, quasi sempre a seguito, purtroppo, di incidenti spesso mortali e infortuni.

 Con la grande guerra ogni iniziativa sindacale fu bloccata; non mancarono agitazioni dovute al continuo aumento del costo della vita ma la militarizzazione delle maestranze permise alla Società di tenere a freno gli operai.
Il dopoguerra fu un periodo agitato e confuso: caroviveri e disoccupazione furono la prima causa del fenomeno sociale. Nel 1919 a Follonica si riunì un convegno di minatori grossetani, senesi e dello spoletino.
In questo convegno si auspicò di creare un organismo nazionale dei minatori e vennero formulate molte richieste agli industriali.Le richieste economiche furono in gran parte accolte ma fu negato il riconoscimento della Federazione; ci fu così uno sciopero ad oltranza nel grossetano, nel senese e nello spoletino che durò, in certe miniere, 135 giorni.
Le Società iniziarono a capitolare: dopo la Montecatini fu la volta della Marchi, della Siele, dell'Amiata.
Era stato il più lungo sciopero dei minatori della Maremma e si era concluso con pieno successo: tutte le richieste erano state accolte eccetto il trasporto gratuito.

Dopo il Biennio Rosso con l'avvento del Fascismo l'autorità padronale tornò più forte che mai schiacciando ogni richiesta e rivolta.
La Liberazione diede ai minatori della Maremma ciò che era stato perduto venti anni prima: la libertà sindacale.
L'organizzazione sindacale rinacque pressappoco nelle antiche forme.

La maggiore agitazione del secondo dopoguerra si ebbe nel 1951 nelle miniere del gruppo Montecatini con la cosiddetta "lotta dei cinque mesi".
La genesi di questa lotta è legata al meccanismo di retribuzione dei cottimi.
I cottimi esistevano solo per alcune categorie di operai ed erano regolati da un accordo che fissava un minimo di produzione, detto "produzione ad economia", che doveva essere superato per poter avere l'incentivo.
Se la compagnia, nel corso del turno, estraeva un quantitativo di minerale inferiore all'economia veniva multata; a lungo andare il rimanere al di sotto dell'economia poteva portare all'accusa di scarso rendimento ed essere motivo di licenziamento.
La lotta assunse la forma della "non collaborazione": la produzione fu ridotta ai minimi di economia con le conseguenti decurtazioni sul salario.
I risultati ottenuti furono, in pratica, irrisori; la Montecatini non accettò il cottimo collettivo e i lavoratori tornarono alle miniere con malcontento.
CISL e UIL attaccarono con violenza la CGIL: "Voi minatori siete stati trascinati in una lotta avventata. Longo dice che dovete essere portati come esempio all'intera classe operaia italiana; ma l'elogio di Longo vi compensa delle decine di migliaia di lire perdute in questi mesi?" Tuttavia la lotta dei cinque mesi contribuì a creare una coscienza sindacale e politica più matura.
L'offensiva padronale era iniziata alla fine del 1951 quando la Montecatini aveva inviato a Ribolla il dott. Riccardi come segretario e l'ing. Padroni come direttore della miniera.
Ufficialmente il Riccardi aveva compiti "assistenziali": in realtà erano compiti politici. Usava la retorica paternalistica e il pugno di ferro.
Nel '53 un licenziamento di 45 operai provocò una vasta agitazione: un gruppo di operai si calò nei pozzi, occupandoli.
Il Riccardi chiese l'intervento della forza pubblica e fece arrestare gli operai con l'accusa di violazione di domicilio; volle che gli operai uscissero dai pozzi ammanettati, per dare l'esempio.
Ribolla era considerata il centro più "rosso" e quindi meritava un vero duro: l'ing. Padroni. Appena preso possesso della sua carica si premurò di far sapere che era venuto in Maremma "a mettere a posto gli operai".
Suo compito preciso era di chiudere nel minor tempo possibile la miniera di lignite di Ribolla attuando una gestione aziendale che contemporaneamente permettesse la realizzazione di un profitto maggiore che nel passato.
Con gli scioperi del primo semestre del 1952, Padrini rivelò a pieno i suoi intenti ed iniziarono le rappresaglie contro gli operai.
Punizioni, ritorsioni. Gli scioperanti dovevano pagare alla Società il pasto consumato nel refettorio; tanti operai furono puniti con giorni di sospensione dal lavoro per motivi chiaramente politici.
Largamente usata era anche l'arma del trasferimento da un cantiere all'altro e da una miniera all'altra. Agli attivisti politici e sindacali erano riservati i lavori peggiori oppure erano confinati tutti nello stesso cantiere, per isolarli dal resto della maestranza.
Ma i più gravi abusi riguardano la limitazione dei poteri del segretario della Commissione Interna (organismo di rappresentanza operaia in fabbrica), di fatto inchiodato dietro alla scrivania: non poteva allontanarsi dall'ufficio o circolare per la miniera senza un'autorizzazione della direzione. Gli operai, per conferire con lui, dovevano analogamente avere l'autorizzazione.
Isolato dagli operai non poteva intervenire in materia di punizioni e multe, anche se questo suo diritto era decretato dall'accordo interconfederale del '53.
Alle guardie venne affidato un compito di vero spionaggio politico, sul lavoro e fuori del lavoro.
Ogni segretario della Commissione Interna aveva alle calcagna una guardia che lo seguiva come un angelo custode.
In questo clima fu accentuato il supersfruttamento: la misura del cottimo non venne più discussa ma imposta. In qualche miniera furono introdotti vagoncini più capienti lasciando inalterata la retribuzione.

Bianciardi - Cassola: "I minatori della Maremma" ed.Hestia
Palazzesi: "Storia di in villaggio minerario" edizioni Il Leccio.

Tratto dal sito:  http://www.ribollastory.net