Facevo il "vagonaio" e mi arrangiavo a dormire nelle brande già occupate
"Sono calabrese, di un paese in provincia di Cosenza. Lì non c'era lavoro e allora sono venuto a Ribolla. Altri compaesani erano venuti qui prima di me e così ho seguito la loro strada. Quando sono arrivato, nel '46, in miniera non c'era posto e così sono stato preso da una ditta edile che costruiva i dormitori, poi l'anno dopo la Montecatini assunse nuovi operai e ci rientrai anch'io. Ero felice, era quello che avevo sperato fin dall'inizio. Facevo il ìvagonaioî e mi arrangiavo a dormire nelle brande già occupate, sfruttando l'alternanza dei turni. Poi venne il tifo, parecchi furono contagiati, una ragazza di 18 anni morì, così diversa gente che veniva da fuori si licenziò e tornò a casa. Si liberarono dei letti. Si mangiava alle "Cucine" e si mangiava bene."
Giovanni Campolongo, minatore
Antonio D'Elia
Classe 1914
Sono partito da San Donato di Ninea, provincia di Cosenza, nel 1939. In Calabria non c'era lavoro. Alcuni compaesani mi avevano detto che in Maremma c'erano le miniere. Il lavoro era duro ma si riusciva a mangiare. Ed io sono partito". Ho cominciato con la miniera di Poggio alla Foglia.. Poi sono andato in guerra. Ci sono stato sei anni".
Appena tornato sono stato assunto dalla Montecatini per la miniera di Ribolla. Ero solo, non avevo moglie. Si dormiva ai camerotti come quando ero soldato. Ma a Ribolla era meglio. La mensa però era poco buona. La carne si mangiava di rado. Ci davano, invece, quasi sempre carote e tanto minestrone.
Nel 1948 mi sono sposato con una ragazza del mio paese. Dopo tre anni l'ho portata in Maremma. C'era bisogno di un tetto. Per un anno siamo stati in affitto a Roccastrada. Poi finalmente ho comprato, insieme ad altri tre amici, tutti calabresi come me, da un ricco possidente terriero un pezzo di terreno. Siamo partiti con una stanza ed il bagno. Ma almeno era un tetto. Piano piano è diventata una casa vera. L'acqua non c'era è arrivata nel 1955".
"Il lavoro in miniera era duro.Spesso c'era il fuoco. A volte c'era tanto gas, l'aria morta la chiamavamo. Una volta io ci sono rimasto all'aria morta. Un mio compagno mi ha portato via da quel posto appena in tempo. Io ero svenuto. Il caporale ha misurato il gas. Ce n'era tanto. Poi hanno portato la ventola e il pericolo è passato".
Quando è scoppiato il gas io ero minatore qualificato e lavoravo al Pozzo Raffo. Quella mattina ero a casa. A mezzogiorno sono venute le guardie della miniera e mi hanno chiamato. C'era bisogno anche di me per andare giù per i soccorsi. Noi armavamo le gallerie. Siamo scesi. C'erano le squadre di salvataggio di cui faceva parte anche mio fratello, c'erano i capi della miniera. C'era anche lui, il direttore, l'ingegner Padroni. Giù in miniera era tutto distrutto. Non c'era nessuno da salvare".
Dopo la sciagura tanto è cambiato. E in peggio. In miniera ci si scendeva con la paura. Ma ci siamo tornati. Tutti ci sono tornati. Il lavoro era quello. E senza lavoro non si mangiava. C'erano tanti scioperi. Io gli scioperi politici non li facevo. Quelli per il lavoro sì. Non mi tiravo indietro. Ma a volte ci chiamavano crumiri, ci guardavano male. Ma io avevo fatto la guerra, avevo fatto tanti sacrifici, avevo una famiglia da mantenere. Tanti che facevano gli scioperi c'avevano la terra. Potevano zappare e mangiare. Io non c'avevo la terra. Ero lontano da casa e non c'avevo nient'altro che la miniera"..
"In pochi anni la miniera è stata chiusa. Noi operai siamo stati mandati via, chi in Sicilia, chi in Puglia, chi nelle altre miniere della zona. A me è andata bene. Mi hanno mandato a Gavorrano. Era il 1959. Ci sono stato dieci anni, poi sono andato in pensione.
Angela Iannuzzi
Classe 1926
A Ribolla trovavi di tutto. Per me che venivo dalla Calabria, ogni giorno in Maremma c'era qualcosa di nuovo. Sono arrivata per stare con il mio Antonio nel 1951. A Ribolla ogni settimana si andava al cinema. Al cinema c'erano anche belli spettacoli ed operette. Tutti i giorni, dietro lo spaccio della Montecatini, c'era il Luna Park con le giostre. Ce n'era una con gli aerei. Una volta Antonio ed un suo amico rimasero lassù in aria sul loro aereo. Ci volle l'arrivo di un meccanico da fuori per tirarli giù".
". Spesso a Ribolla c'erano anche i circhi, e che circhi. Il 12 di ogni mese poi era una vera e propria festa. Era la paga. I minatori venivano pagati dalla Montecatini e il paese si trasformava in una grande fiera. Il cuore della fiera era sempre lì, vicino allo spaccio della Montecatini. C'era di tutto. Da mangiare, da vedere e da comprare. Ma ci volevano i soldi. E spesso di soldi ce n'erano così pochi che si poteva soltanto guardare.
Gli altri giorni la spesa si faceva allo spaccio. C'era l'abitudine dei libretti. Noi quel poco che si comprava però si pagava sempre e subito.
".Quando il mio Antonio partiva per andare in miniera la paura non mancava.
Avrei preferito mille volte che non fosse necessario quel lavoro. Ma c'era solo quello. Ed io avevo una figlia piccolina e presto ne avrei avute anche altre due, gemelle. Tutte bocche da sfamare. La paura non passava. Ma si metteva da parte.
A volte i soldi della paga non bastavano per tirare avanti. Allora i nostri parenti che erano rimasti in Calabria ci aiutavano. Non con soldi. Ne avevano meno di noi. Ma con la roba da mangiare. Ci mandavano olio, formaggio, salami, salsicce. Le chiudevano in un pacco e ce lo mandavano per posta. Quando arrivavano sembrava di essere a casa, al paese" Anche oggi a distanza di cinquanta anni questa tradizione è ancora viva. Ogni tanto dalla Calabria arriva a Ribolla un camion carico dei frutti della terra: arance, castagne, pane. Sono tanti i figli della Calabria che ancora vivono a Ribolla".
"..Dopo la disgrazia del 1954 le cose cambiarono. Ogni giorno che passava c'era qualcosa che faceva capire che tutto stava per finire. Ora Ribolla muore, ora muore, ora muore si pensava e si diceva. tra di noi. Ma invece no. Ribolla non è morta.