I 43 morti del 1954 segnarono emblematicamente la fine della miniera, anche se la chiusura ufficiale avvenne nel 1961. Subito dopo la tragedia la direzione della Montecatini per placare la rabbia della popolazione sostituì l’ingegnere Padroni, ritenutone responsabile, con Vittorio Madotto, stimato dai lavoratori. Nonostante le pressioni dei lavoratori non venne cambiato il sistema di coltivazione, fu soltanto abbandonato il “fondo cieco”, e nell’agosto del 1954 si verificò un nuovo scoppio di grisou nel pozzo 8 che causò un morto e tre feriti.
Proseguivano i licenziamenti e i trasferimenti in altre miniere, nel 1956 a Ribolla lavoravano soltanto 782 operai. Il movimento operaio non aveva più la forza di un tempo ma riuscì ancora, il 23 maggio 1959, per opera di alcuni operai, ad occupare il pozzo Camorra in un estremo tentativo di difesa della miniera, ma il destino della miniera era ormai deciso da anni. Dopo 72 ore di occupazione gli operai decisero di abbandonare la lotta ed uscirono dai pozzi, ma la Società non intendeva trattare. La miniera chiudeva nell’aprile 1959, al termine di una riunione presieduta dal sottosegretario al Ministero del Lavoro, onorevole Storti, nella quale venne firmato l’accordo definitivo tra la società e le organizzazioni sindacali. Nell’accordo era fissato che alcuni operai sarebbero rimasti alle dipendenze della Montecatini e quindi trasferiti in altre due sedi, per gli altri si prospettava la disoccupazione. Nel novembre 1959 la Montecatini rinunciò alla concessione e iniziò la chiusura dei pozzi ancora attivi mediante doppie solette di cemento armato. Ormai le miniere di lignite, non potendo sostenere la concorrenza con i combustibili fossili stranieri prima e poi con il petrolio, erano definitivamente scomparse di scena.
L’estremo tentativo di mantenere in vita la miniera, e quindi di garantire la sopravvivenza del paese, venne attuato da 17 ex-minatori licenziati dalla Montecatini che costituirono il 14 dicembre 1959 la «Cooperativa di Produzione e Lavoro Ribolla». La quota nominale stabilita dal regolamento era di 500 lire, per un totale di capitale sociale di £ 8.500, sicuramente insufficiente per mandare avanti una miniera per la quale servivano mezzi tecnici e finanziari per iniziare i lavori di ripresa dello sfruttamento. Le organizzazioni sindacali e i partiti non sostennero concretamente l’iniziativa, inoltre il Ministero dell’Industria e del Commercio respinse la richiesta di finanziamento in quanto la miniera di Ribolla non possedeva particolari requisiti di capacità tecnica ed economica.
Si chiude così la storia mineraria di Ribolla.
La smobilitazione della miniera interruppe la crescita demografica e sembrò condannare il paese allo spopolamento, fortunatamente il ricollocamento della manodopera fu possibile grazie alle altre miniere maremmane (Gavorrano, Niccioleta, Campiano, Boccheggiano) e agli stabilimenti del Casone e di Piombino.