Ribolla 2004

LUCIANO BIANCIARDI (Grosseto, 1922 – Milano, 1971)

Nato nel 1922 a Grosseto da una maestra elementare e da un impiegato di banca. A venti anni partecipa alla seconda guerra mondiale, lo segnerà la vista dei morti nel bombardamento di Foggia. Finita la guerra si laurea in filosofia presso l’Università di Pisa e resta nella sua città di origine fino al 1954, lavorando come insegnante di liceo e bibliotecario. Nel periodo immediatamente seguente alla guerra si avvicinò al Partito d’Azione. L’attività letteraria di Bianciardi inizia nel 1952 sulle pagine delle rivista Belfagor dove scrive per la rubrica “Nascita di uomini democratici” in cui palesa la sua posizione e segna l’inizio del suo rapporto con i minatori maremmani che sintetizzano per lui il significato più autentico della storia e della cultura locale “ho scelto di stare dalla parte dei badilanti e dei minatori…”

Nel 1952 Bianciardi scrisse anche il suo primo articolo come giornalista su La Gazzetta.

Nel 1953 insieme all’amico Cassola girò tutta la provincia di Grosseto per fare comizi contro “la legge truffa”, con questa esperienza si chiuse la parentesi politica dello scrittore. La prima volta che Bianciardi visitò la miniera di Ribolla, era il 1953, stava scrivendo un’inchiesta in più puntate sulle condizioni di vita dei minatori per le pagine regionali dell’Avanti!. Ai minatori dedicò gran parte della sua opera di giornalista e di scrittore, era presente in lui l’ammirazione per questi lavoratori disposti a lottare perché coscienti della propria situazione. Lo scrittore pubblicò nel 1954, appena dopo il disastro di Ribolla, un articolo su Il Contemporaneo titolato “Ira e lacrime a Ribolla” dove, in prima persona, raccontava ciò che vide nel paese in quei giorni, vi rimase fino al funerale. La tragedia della miniera di Ribolla rappresentò il vero spartiacque nella vita di Bianciardi, segnò la fine di un periodo di entusiasmo collettivo, lo gettò in una profonda depressione. Nel 1954 decise quindi la fuga dalla provincia che lo soffocava e si trasferì a Milano dove partecipò alla fondazione della casa editrice Feltrinelli come redattore editoriale, dalla quale venne licenziato. Svolse, per mantenersi, l’attività di traduttore e iniziò una collaborazione con L’Unità e con Il Contemporaneo. Bianciardi a Milano si sentiva uno straniero, rifiutava la città ma non tornò mai indietro, vi rimase fino alla sua morte prematura avvenuta nel 1971 stroncato dall’alcol; le frustrazioni di un’esistenza che gli sembrava sempre più fallimentare accentuarono le sue tendenze autodistruttive.

Nel 1956 pubblicò il suo primo romanzo Il lavoro culturale e il libro-inchiesta I minatori della Maremma in collaborazione con Carlo Cassola. A causa delle delusioni avute nella sua terra natia per la perdita di incidenza del movimento dei minatori, Bianciardi si avviò su un filone profondamente autobiografico, che sarà da ora in avanti presente in ogni suo romanzo. Il registro dominante della narrativa di Bianciardi è l’ironia, che si unisce ad un accentuato autobiografismo in chiave di autocommiserazione. Lo scrittore sente il peso delle proprie illusioni perdute senza avere la forza per un riscatto. Nel 1960 viene pubblicato L’integrazione e da Quarto a Torino. Breve storia della spedizione dei Mille e nel 1962 il romanzo che lo consacra scrittore di fama nazionale La vita agra, in cui racconta il suo desiderio di fare saltare il “torracchione” della Montecatini per vendicare i morti di Ribolla. Nonostante il successo, Bianciardi resto fondamentalmente un insoddisfatto, incapace sia di tornare nella sua provincia che di integrarsi nella metropoli.

Nel 1964 venne pubblicato il romanzo storico La battaglia soda.

Nel 1969 esce Daghela avanti un passo! di contenuto risorgimentale e nel 1972 Garibaldi. L’ultimo romanzo Aprite il fuoco viene pubblicato nel 1969 poco prima di Viaggio in Barberia.

Negli ultimi anni lo scrittore si dedica alle traduzioni e a collaborazioni giornalistiche non sempre all’altezza delle sue potenzialità artistiche ed umane.