Ribolla 2004

4 dicembre 1953, Santa Barbara

Un rumore violento, un'esplosione nella notte...

Giovanna è seduta sul letto, con il cuore in gola e perle di sudore che le scorrono giù dalla fronte; per istinto cerca accanto a sè e sente il corpo di Luigi. Dorme ancora, lui è abituato a questo baccano. La seconda esplosione la fa sussultare di nuovo, come in un incubo, come nella visione di un presagio. Si getta addosso a Luigi che si sveglia; si rende conto del chiarore dell'alba, dei piccoli fasci di luce che entrano dalla finestra. Intravede il suo uomo sorridere teneramente, si sente trascinare verso di lui e appoggia il viso sul suo petto caldo; ascolta quel respiro che teme di non risentire, ogni volta che scende nei pozzi della morte. Avverte qualcosa di orribile e lui la stringe a sè, forse per infonderle coraggio o forse per farsi coraggio, le arruffa i capelli e le chiede di pensare a un giorno di festa, la festa di oggi, il 4 dicembre... Santa Barbara...

Un'altra esplosione si sente a distanza, ma adesso non fa più paura, adesso è festa per i minatori e per le loro famiglie. Giovanna salta giù dal letto e inizia a cercare gli abiti "buoni", quelli delle grandi occasioni, per lei, per Luigi e per la bambina. Aurora cresce così in fretta! Il vestitino dell'anno scorso sarà un po' corto, ma nessuno ci farà caso, saranno tutti impegnati a gustarsi giochi, balli e rinfreschi. Prende dal baule il suo unico abito elegante: gonna e giacca blu che aveva usato per il viaggio di nozze a Roma... tre giorni di infinito benessere, lontani da tutto e da tutti; la camicetta bianca è meticolosamente avvolta nella carta e nel nylon, per non farla ingiallire. Prende anche il vestito di Luigi e sente una stretta al cuore. Quel vestito usato per le feste, quel vestito tenuto lì per... non si sa mai, ogni volta che entrano sotto terra...

Ma scaccia i pensieri, li allontana come fantasmi e cerca di immaginare ciÚ che accadrà oggi.

La banda è già arrivata a svegliare il suo direttore, il Sillari. Tutti i suonatori sono nel parco della Rimembranza, c'è un monumento ai caduti della guerra e tutto intorno le colonne con dei ferri orizzontali che i bambini usano per giocare agli acrobati. Suonano: la festa è iniziata. Quelle che hanno fatto sussultare Giovanna erano solo delle mine esplose fuori dalla miniera come tributo a Santa Barbara.

Il paese si anima, è irriconoscibile; sembra tutto bello, sembrano tutti felici e determinati a dimenticare per un giorno. Un giorno di gioia e senza pericoli, senza scendere in quelle viscere. Ecco il Sillari che esce; chissà da quanto tempo era lì, dietro alle finestre chiuse, ad aspettare il momento! La banda continua a suonare, mentre la gente si avvia verso il pozzo due, quello vicino alla cernita. "Ci sono tanti passi da fare fin laggiù, andiamo!" dice Giovanna, tenendo per mano la bambina, "godiamoci una passeggiata tutti insieme... c'è un bel sole..."

Intanto, al pozzo, alcuni operai sono scesi a prendere la statua della Santa e la stanno pulendo, le stanno togliendo di dosso la polvere di carbone che si è accumulata negli ultimi giorni. Non è mai molto sporca: quando qualcuno le offre dei fiori, sull'altarino, cerca anche di ripulirla un po'. Adesso è fuori, tutti la possono vedere; il colorito scuro della sua pelle la rende così affascinante... l'immagine della vita, della salvezza sperata. Lei guarda tutti con serenità. Giovanna pensa che il suo compito sia proprio quello di rassicurare gli animi e allontanare i cattivi pensieri. Di fronte a questa armonia i suoi presagi sono spariti, sente di amare quella terra che dona la possibilità di sopravvivere e di crescere la sua bambina, Aurora, nata proprio nel momento in cui il sole iniziava a sorgere. Aurora, incantevole sogno che ha permesso a entrambi di andare avanti, di accettare anche i momenti più tristi.

Le persone continuano ad arrivare; c'è Lorena, con suo marito e suo figlio. Aspetta un altro bambino, nascerà a maggio, ma già si vede la bellezza radiosa della donna incinta. Roberto e Aurora iniziano a giocare, a correre fra le gambe dei tanti presenti; ormai la timidezza è svanita e il timore per quella statua è stato sostituito dalla curiosità. Oggi Ribolla è una grande famiglia serena, altri bambini si uniscono ai giochi, mentre in cima alla piccola discesa compaiono le vesti bianche di Don Giuseppe e dei chierichetti che si avvicinano. Tutto è pronto per la messa, c'è una grande folla che attende quelle parole di ringraziamento, ci sono anche delle vedove, con i loro figli. Giovanna si chiede come sia possibile, come abbiano fatto a non perdere la fede e il rispetto; eppure sono lì, come se la convinzione fosse più forte di troppe smentite. E pregano, quando Don Giuseppe inizia a parlare. Pregano perchè mai più una moglie viva quello che loro hanno passato, perchè una madre non debba più accudire la tomba di un figlio morto in miniera.

Pregano, ma i volti sono colmi di rabbia. Perchè tutta questa rabbia a Ribolla... Giovanna si guarda intorno e ascolta ciÚ che prova. Le donne sono le più ferite, quelle che sentono maggiormente il peso del lavoro del minatore, sono quelle che fanno finta di essere tranquille, ma che dentro hanno il terrore; donne che preferirebbero scendere in miniera piuttosto che stare otto ore ad aspettare la fine del turno e il ritorno del marito, dei figli. Occhi tristi camuffati da abiti belli e da buone speranze. Anche Giovanna ha già iniziato ad assaporare questo terrore, a cercare di conviverci, ma non si rende conto, ancora; sono arrivati da poco e si devono abituare all'odore di carbone che invade il paese e all'odore di morte che circonda i pozzi. » difficile imparare a vivere ora dopo ora, senza sapere come sarà domani, senza avere certezze. E poi qualcuno le ha raccontato di quella leggenda: ogni dieci anni la miniera reclama i suoi morti, quasi come tributo alla sopravvivenza degli altri. "Adesso siamo nel '53"... questi sono i pensieri di Giovanna. "Forse abbiamo ancora due anni per cambiare le cose, per migliorare la situazione. I sindacati si danno da fare, gli operai lottano per la loro sicurezza... forse riusciremo a smentire quella profezia, o forse è solo una credenza popolare che usano per spaventare i nuovi arrivati... Si, sicuramente è così, stanno cercando di prendersi gioco di noi...".

La statua è portata da quattro operai, ci vuole un po' per arrivare fino alla chiesa; tutti camminano lentamente, chi in silenzio, chi pregando. La polvere dello sterrato ha già imbiancato le scarpe; Giovanna e Luigi tengono per mano la loro bambina e seguono gli altri. Camminando, lei coglie la conversazione di due operai: "L'altro giorno ho trovato Dino davanti alla statua, pregava la Santa di far sprofondare la miniera, di farla andare fino all'inferno, perchè gli avevano dato solo due pezzi per fare un'armatura e non sapeva dove trovare il terzo. Gli ho detto: oh bischero! Ma non ti basta di essere così in basso? Vuoi andare ancora più giù?". E fra parole e preghiere si arriva in paese.

La chiesa è gremita, ci sono anche alcuni dei più estremisti di sinistra che si professano atei, ma Santa Barbara è Santa Barbara e non c'è niente da fare, sono così tanto abituati a vederla in quella nicchia scavata nell'argilla, sotto terra, ad averla accanto, che nei momenti più difficili si ritrovano a pregarla e rispettarla. Ci sono fiori sull'altare e il freddo, dentro, diventa pungente; è difficile riuscire a prendere posto su una panca, ormai sono tutte occupate e poi Aurora non starebbe certo ferma. Giovanna si siede in un piccolo spazio libero e Luigi tiene la bambina per mano, incuriosita dagli altri piccoli che si agitano, insofferenti.

Don Giuseppe parla delle difficoltà di questo lavoro, ricorda a tutti i nomi degli operai che hanno dato la loro vita.

Le parole del parroco raccontano di eroi, non di martiri, dicono che ogni vita perduta ha contribuito a salvarne cento altre e che ogni progresso necessita delle sue vittime. C'è un mormorio sommesso fra la gente, come se ognuno volesse parlare direttamente con Dio per dirgli che non puÚ essere solo la morte a migliorare la vita. Don Giuseppe tace per un lungo momento, si rende conto di quanto sia difficile affrontare un argomento così doloroso per tutti coloro che lottano per avere la certezza di rivedere il sole ogni volta che scendono sotto terra. Dagli sguardi si capisce che non puÚ esserci rassegnazione; domani riprenderà il lavoro e riprenderanno anche le lotte. Luigi non c'era nel '51, è stato trasferito da poco a Ribolla ed è venuto con la piccola famiglia, ma gli hanno raccontato della lotta dei cinque mesi. Una lotta aspra, determinata. Il cottimo individuale, imposto dalla Montecatini, significava la necessità di ignorare anche le più basilari misure di sicurezza per non essere segnalati come scansafatiche, multati o per non perdere il posto per scarso rendimento.

Il parroco ricorda le precedenti sciagure, per rendere omaggio ai morti e per tenere i vivi in allerta, perchè questa miniera è difficile, le condizioni sono esasperate e perchè, in fondo, lui ha anche il compito di incoraggiare i minatori affinchè trovino posti di lavoro diversi, fuori dalla Montecatini. Parla della sciagura del primo ottobre del 1945. Era lunedì, il lavoro riprendeva dopo il riposo domenicale. Gli operai, a -154 metri, stavano cambiandosi gli abiti prima di arrivare sul posto di lavoro; ma uno scoppio di grisou ustionÚ una ventina di persone. Luigi sa che nel corso delle indagini furono accertate delle strane circostanze, legate agli aspiratori non tempestivamente attivati, ma continua ad ascoltare; sa anche che non fu líincuria a provocare l'incidente, dato che alla riattivazione del cantiere, in assenza di personale, si verificÚ un secondo, violento scoppio. Nella prima esplosione morirono otto persone; altre cinque rimasero gravemente ferite. Don Giuseppe ricorda a tutti quei nomi: è una nenia che prende chi ascolta. Adesso sono suoni, ma un tempo erano persone, operai che cercavano di portare a casa un pezzo di pane. Alcune donne sussultano nel risentire il nome del marito o del figlio; Luigi vede una donna accanto a sè, vestita ancora di nero: si agita sulla panca, sussurra qualcosa, si alza, trattenuta dall'amica e sembra voler dire, sembra voler esplodere di rabbia, ma esce solo dalla chiesa, quasi correndo.

Luigi ancora non si rende conto di questa realtà, rimane scosso, sorpreso da quella reazione e dalla rabbia di tutti, qui a Ribolla. Una rabbia sorda, incontrollabile; la rabbia degli oppressi e forse un poí anche quella dei ribelli. Inizia lentamente a capire, ad ansimare di fronte a quell'aria irrespirabile fatta di carbone e di soprusi, di polvere e di quelle che qui tutti chiamano "morti bianche". Capisce e per un attimo rimpiange di aver accettato quel trasferimento, forse per i soldi, forse con l'illusione di dare un futuro migliore alla sua Aurora e ai figli che verranno. Ma un futuro senza padre non è moltoÖ

Esce dalla chiesa, con la bambina per mano. Pensa, cerca di non spaventarsi per quello che ha visto, cerca di accettare. Ma quella donna vestita di nero è lì e cerca conforto fra le braccia di un vecchio minatore, forse suo padre, che batte un bastone in terra, come per marcare il tempo; puÚ solo donarle la sua presenza. Luigi scende le scale e si avvicina, mentre Aurora gli sfugge di mano e tira la gonna nera; "Perchè piangi? Cosa ti hanno fatto?".

La donna cerca di sorridere: "Piccolina, non mi hanno fatto niente, è solo che sono triste".

"E perchè?"

Luigi si scusa, imbarazzato, cerca di spiegare che la bambina è curiosa....

"Non ti preoccupare ragazzo, lascia che la piccola chieda, ma non darle troppe risposte. Ho lavorato per molti anni in miniera, ho visto tanti uomini morire là sotto e altri lottare per sopravvivere. Ne ho aiutati molti, ma mio figlioÖ non ha avuto scampo. Forse io ho più coraggio di mia nuora o forse me lo aspettavo, perchè so cosa significa scendere sotto terra. Ma lei, dopo quasi dieci anni, non riesce a darsi pace".

Luigi prende il coraggio di chiedere: "C'è una specie di leggenda, dice che ogni dieci anni la miniera vuole i suoi morti... io non..."

"Ragazzo, non farti spaventare. Forse oggi siamo più forti noi della miniera".

"Per favore, raccontatemi ciÚ che è accaduto".

"Lascia perdere quelle storie. La miniera vuole essere rispettata, ha le sue leggi, i suoi equilibri... non c'è modo di vincere contro la natura; possiamo raccogliere i frutti che ci dona, ma non possiamo pretendere di dominarla. » vero, ci sono stati tanti morti, ma quando scendi laggiù devi sempre pensare di poter risalire... non lasciarti mai vincere...".

Il vecchio sembra scomparire sotto i folti baffi bianchi; i suoi occhi sono piccoli, stanchi, ma fieri nel raccontare la storia di tanti amici che invece si sono salvati. Hanno perso la tristezza di prima.

Si sentono suonare le campane, la gente inizia a uscire dalla chiesa e Giovanna è una delle prime, non sapeva che fine avessero fatto suo marito e la bambina.

Ma nello sguardo del vecchio c'è la promessa di un nuovo incontro.

Tratto da: Laura Maggi, Come una preda braccata. ExCogita, maggio 2004.